Intervista a Mario Turci

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Mario Turci
Direttore della Fondazione Museo Ettore Guatelli

 

Quando inizia la tua storia al Museo Guatelli e cosa sta lasciando in te questa esperienza?

Conoscevo Ettore Guatelli ancor prima di assumere la direzione del museo, dopo la sua scomparsa. La mia storia con il Museo di Ozzano Taro inizia sostanzialmente nel 2001 quando, su indicazione di Nazareno Pisauri, allora direttore dell’Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia Romagna, fui chiamato dalla Provincia di Parma per la realizzazione, assieme al prof. Pietro Clemente, di un progetto finalizzato alla riapertura e nuova valorizzazione del museo, per restituirlo, dopo la morte di Ettore, al pubblico e alla collettività.

In questi 17 anni l’incontro immersivo con l’opera di Ettore ha segnato molta parte del mio lavoro, sia nell’ambito della gestione museale (in tal senso il rilancio e la valorizzazione del museo sono stati un vero “laboratorio”) che in quello della ricerca e dell’insegnamento. La prospettiva museografica ed etnografica di Ettore entra sempre più nell’attualità del dibattito museale contemporaneo, suscitando interesse sia nell’ambito antropologico che in quello del suo rapporto con dell’arte contemporanea.

Cosa rende ai tuoi occhi il Museo una ricchezza per il territorio?

Il Museo Guatelli è una ricchezza per il suo territorio e non solo, è un museo riconosciuto in Italia e in Europa per la sua capacità di offrire ad ognuno una cittadinanza del bosco delle cose che contiene. Il Museo di Ozzano Taro, oltre alla valorizzazione del territorio in cui risiede, attraendo visitatori, si presenta come luogo dell’identità del quotidiano, del lavoro, dell’ingegno popolare, della fatica e delle meraviglie dell’ovvio.

Il Museo Guatelli inoltre si offre come cantiere d’incontro, di scambio, di sperimentazione, della didattica, sostanzialmente come spazio creativo. In tal senso un importante ambito di lavoro è dedicato alla rete delle collaborazioni e quant’altro utile alla realizzazione di reti territoriali di lavoro e progetto comuni.

In veste di direttore del Museo, come hai accolto l’idea di “Guatelli Contemporaneo” e cosa ti aspetti dal progetto per questa edizione?

Il progetto è nato da una intenso scambio di idee in cui è subito emersa l’opportunità di aprire uno spazio dedicato ai temi dell’interpretazione dell’opera di Ettore nell’ambito dell’ arte.

Poi è nato il progetto che ognuno a suo modo ha sostenuto e promosso. In questi due primi anni il progetto “Guatelli contemporaneo” ha assunto un posto rilevante nell’insieme degli ambiti d’iniziativa del museo. La generosità e la tenacia dei curatori del progetto è stata la miglior garanzia per la conduzione di un progetto complesso e attento, in modo particolare, alla comunicazione. Mi aspetto che “Guatelli Contemporaneo” possa avere lunga vita e possa così contribuire, insieme agli altri ambiti “interpretativi” del museo, alla riflessione e comunicazione della sostanza e delle “sostanze” dell’opera di Ettore Guatelli.

Tu hai avuto la fortuna di conoscere Ettore Guatelli di persona, ci puoi raccontare un aneddoto particolare da cui sei stato colpito o che hai vissuto di persona?

Del rapporto con Ettore amo ricordare due momenti particolari, il primo (che fu quello della nostra conoscenza) quando mi scrisse per ringraziarmi per averlo inserito nel numero di museo con i quali intendevo avviare un canale di comunicazione, il secondo a pochi mesi dalla sua morte quando insieme a Ezio Raimondi e con la presenza di Ettore, presentammo, presso la libreria Fiaccadori di Parma, il suo primo libro “La coda della Gatta”. Era il maggio del 2000 e al termine dell’incontro mi disse del suo stato di salute e della necessità di tutelare il museo dalla dispersione.

Qual è il tuo oggetto preferito?

Non esiste per me un oggetto preferito. Dovrei forse indicare per ogni comunità di oggetti quelli più capaci di esprimere la vita di chi li ha posseduti.  Fra questi spesso mi soffermo sulla “rocca” uno strumento che appartiene al ciclo della filatura e che le donne imbracciavano per trasformare l’insieme dei filamenti di canapa in filo. Mi soffermo sulla rocca perché l’ho vista usare in diverse regioni ed ogni ricordo è segnato da un viso di donna impegnata in una sorta di rito lavorativo.

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Immagini di Mauro Davoli, Paolo Candelari  -  Testi di Mario Turci, Pietro Clemente, Jessica Anelli, Francesca Fornaciari
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