“Tutti sono capaci di fare un museo con le cose belle,
più difficile è crearne uno bello con le cose umili come le mie” E.G.
La museografia demoetnoantropologica del Novecento ha avuto in Italia molte tracce d’autore, legate a un collezionismo ‘povero’, centrato sulla memoria e sulla nostalgia, che si inserisce nel quadro di trasformazioni del mondo rurale e di nuovo protagonismo di soggetti sociali.

Molti musei sono infatti legati a ‘persone’, autori, stili formati nella pratica, che si possono definire in un certo senso
artistici poiché in essi sono riconoscibili modalità simili a quelle di altre espressioni artistiche contemporanee.
Tra questi, il caso del Museo Guatelli ha la sua unicità soprattutto per essersi sviluppato all’interno di un preciso mondo sociale, caratterizzato dalla passione per le cose, anche le più usate e non necessariamente integre, e per essere diventato espressione della straordinaria capacità visionaria del suo autore.
L’allestimento non si basa sulla ricostruzione di ambienti domestici, nè illustra razionalmente i cicli di lavorazione delle produzioni locali, ma si fonda sulla suggestione visiva creata dagli oggetti disposti scenograficamente alle pareti. Attrezzi da lavoro e d’uso sembrano, a prima vista, perdere la propria consistenza materica per sublimarsi in uno straordinario “monumento grafico” alla memoria dei ceti sociali più umili.
Solo apparentemente i motivi geometrici, come cerchi, archi, ellissi, diagonali – alla base delle composizioni di Guatelli – hanno una finalità estetica. Infatti il “mettere bene” le cose apparentemente poco significative è un accorgimento che serve ad attirare l’attenzione del visitatore su oggetti di poco valore ma di grande importanza antropologica.