L’esposizione

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“Tutti sono capaci di fare un museo con le cose  belle, più difficile è crearne uno bello con le cose umili come le mie”
Ettore Guatelli

La museografia demoetnoantropologica del Novecento ha avuto in Italia molte tracce d’autore, legate a un collezionismo ‘povero’, centrato sulla memoria e sulla nostalgia, che si inserisce nel quadro di trasformazioni del mondo rurale e di nuovo protagonismo di soggetti sociali.   Molti musei sono infatti legati a ‘persone’, autori, stili formati nella pratica, che si possono definire in un certo senso artistici poiché in essi sono riconoscibili modalità simili a quelle di altre espressioni artistiche contemporanee.

Tra questi, il caso del Museo Guatelli ha la sua unicità soprattutto per essersi sviluppato all’interno di un preciso mondo sociale, caratterizzato dalla passione per le cose, anche le più usate e non necessariamente integre, e per essere diventato espressione della straordinaria capacità visionaria del suo autore.

L’allestimento non si basa sulla ricostruzione di ambienti domestici, nè illustra razionalmente i cicli di lavorazione delle produzioni locali, ma si fonda sulla suggestione visiva creata dagli oggetti disposti scenograficamente alle pareti. Attrezzi da lavoro e d’uso sembrano, a prima vista, perdere la propria consistenza materica per sublimarsi in uno straordinario “monumento grafico” alla memoria dei ceti sociali più umili.

Solo apparentemente i motivi geometrici, come cerchi, archi, ellissi, diagonali –  alla base delle composizioni di Guatelli – hanno una finalità estetica. Infatti il “mettere bene” le cose apparentemente poco significative è un accorgimento che serve ad attirare l’attenzione del visitatore su oggetti di poco valore ma di grande importanza antropologica.

Dalle composizioni parietali dove gli oggetti sono ordinati in estetiche elencative, alle decine di mensole sovrapposte che, coprendo intere pareti, accolgono oggetti disposti a comporre insiemi corali. Dai cumuli in recipienti di vetro, in casse e valigie, alle composizioni che affollano ogni parete, pavimento e soffitto, Ettore ha dato, alla collezione di oggetti, il compito di stabilire, senza mezzi termini, un patto con il visitatore: quello che vuole che l’ insieme di oggetti abbia un senso se riesce a trascendere da sé, per aprire l’orizzonte alle storie e alle vite.

Il museo e la casa sono le due anime dell’opera di Guatelli, la realizzazione, su due piani, di un’unica idea, quella della raccolta di oggetti capaci di concorrere ad un grande testo sulla storia degli umili e del quotidiano. Il museo, luogo della sperimentazione di una possibile museografia e di scritture espositive (con l’ingresso, lo scalone, la stanza dei giocattoli, il salone, la stanza della cucina e quella delle scarpe) e la casa in cui si esprime in maniera più evidente l’anima del collezionista (con la stanza di Ettore, la stanza della musica, quella dei vetri e poi quella delle latte, degli orologi e il ballatoio delle ceramiche).

Nella casa l’accumulo e la collocazione degli oggetti seguono logiche più interne, mappe della mente del collezionista che, seppur pensate anche per l’ospite visitatore, sono legate a tracciati più intimi, a una “visione del mondo” che prima di essere impresa espositiva è una riflessione in appunti, tracce, brani di scrittura aperti.

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Immagini di Mauro Davoli, Paolo Candelari  -  Testi di Mario Turci, Pietro Clemente, Jessica Anelli, Francesca Fornaciari
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