Il piffero fatato

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(un racconto di Pietro Clemente)

Racconteranno di Guatelli una volta, li sentiremo per caso, in futuro, Fabrizio Merisi e io, quattro ragazzi a Collecchio fuori dal bar.

Dice che un giorno Guatelli trovò un piccolo piffero di canna da un rigattiere e lo prese con altre cose. Passarono i giorni, e quando andò a curiosare nel sacco degli acquisti pulì il piffero dl qualche ragnatela e vi soffiò dentro per prova. Quel che successe non fu per caso, ma neppure per volontà, e nessuno lo seppe descrivere. Fatto sta che il Museo Guatelli si svuotò d’ improvviso in una specie di turbine, e le infinite cose che – sembra – volando, percorsero il cielo andavano a Bratto, a Tarsogno, a Borgotaro, a Collecchio, a Fornovo, a Bedonia, a Parma e perfino a Bergamo e in Toscana. Stupiti abitatori trovarono sull’uscio, planati dal cielo, travali, torni, aratri, erpici, carri, scolabottiglie, corredi da scimmiaio, lambrette rotte, reti da letto, impastatrici, sgramolatrici, torchi, giochi, pentole, testi, armadi e madie e una gran: quantità di scarpe rattoppate.

Ma questo era il meno. A quel che si sapeva dal museo restato nudo, dove uatelli era rimasto egli stesso trasecolato, centinaia di migliaia di tarli, di tarme, di ragni e un centinaio di topi, rimasti senza ricovero, si avviarono sulla provinciale verso Ozzano. Ad essi, che formavano uno strato scuro e minaccioso davanti al quale le automobili al tramonto si fermavano accendendo i fari e producendo un lungo tamponamento, si unirono anche le scimmie imbalsamate che ripresero a suonare e i topi, le donnole, le faine rinsecchite o impagliate del museo, che si improvvisarono orchestra con gli strumenti musicali delle scimmie.

Lo spettacolo era inquietante. Il racconto a me ricordò qualcosa delle feste dei morti in Sicilia raccontate dal Pitrè: quando i morti escono in corteo e lasciano i regali ai bambini buoni e «…vanno prima coloro che morirono di morte naturale, poi i giustiziati, indi i disgraziati, cioè i morti per disgrazia loro incolta, i morti di subito, cioè repentinamente, e via di questo passo». Così prima le tarme, poi quindi i ragni, poi i topi e infine gli animali imbalsamati e rinsecchiti che suonavano l’orchestra. Solo che in Sicilia portavano doni, e qui non si sapeva cosa portassero. La gente di Ozzano – sembra – capì subito: era il loro cattivo passato, negato e nascosto, che tornava, e fuggirono a Collecchio lasciando le auto in lungo tamponamento.

Collecchio dove, come a Ozzano, erano già piovuti dal cielo sulle case furlòn, rezghe, pjòlett, sapette, scarpe solade, arè, stribbi, trjòn, forcòn d’leggn, sizon da pegn, mostadore e altro, era in allarme. il sindaco proclamò 1’emergenza e insieme al Presidente della Provincia e della Regione chiese a Guatelli un incontro in località segreta. Si seppe poi che gli avevano affidato pieni poteri, come a Zamberletti in Friuli. Non si sa bene cosa successe dopo, fatto sta che in pochi giorni tutto era tornato come prima, e al museo c’era una coda di gente che voleva visitarlo che arrivava fino all’uscita dell’ autostrada.

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Immagini di Mauro Davoli, Paolo Candelari  -  Testi di Mario Turci, Pietro Clemente, Jessica Anelli, Francesca Fornaciari
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